Quello che dobbiamo sapere sulle medicine di oggi

Effetti positivi e negativi delle medicine moderne

Le medicine che si prendevano qualche decina di anni fa non potevano causare gravi danni: ma, d’altra parte, non avevano nemmeno grande effetto.

Adesso le medicine possono fare molto bene, ma anche molto male.

Molti non capiscono che il farmaco capace di guarigioni “miracolose” riesce a fare ciò alterando in modo radicale i processi dell’organismo.

A ogni medico capitano malati che lo vogliono convincere a prescrivere potenti medicine per malattie poco importanti.

Un genitore troppo apprensivo, nonostante il consiglio di uno specialista, intende procurarsi un potente ormone per far maturare sessualmente il figlio quattordicenne.

Un giovane si fa curare l’acne con un antibiotico di grande efficacia, il cloroamfenicolo, farmaco pericoloso ma anche molto utile in certe gravi malattie.

E’ probabile che il farmaco guarisca l’acne, ma il ragazzo potrebbe morire di anemia aplastica provocata dalla cura.

I farmaci moderni vanno usati con precauzione.

Per esempio, si può essere o diventare allergici ai farmaci più comuni.

La penicillina è certamente un rimedio efficace – se ne consumano ogni anno centinaia di tonnellate – ma spesso è assunta indiscriminatamente.

Lo choc da penicillina e altri effetti collaterali sono un grande pericolo per coloro che ne hanno abusato in situazioni in cui non c’era bisogno.

Inoltre spesso molte medicine, comprate senza ricetta, non sono considerate alla stessa stregua delle medicine prescritte dal medico.

Un esempio sono i lassativi, farmaci da banco propagandati come innocui.

Un altro rischio è il prendere sbadatamente e senza criterio medicine avanzate dopo una malattia o dopo la malattia di un’altra persona,

Il medico ha bisogno di conoscere tutte le medicine che prendiamo.

Quando si entra in un ospedale anche per una semplice operazione chirurgica, bisogna sempre comunicare i farmaci che assumiamo e non trascurare niente, perché anche un tranquillante può avere effetti negativi se unito ad altri farmaci.

Allo stesso modo, dobbiamo essere in grado di riferire ai medici che consultiamo il nome di ogni medicina prescritta.

Controindicazioni dei farmaci

Le medicine possono originare o nascondere certi sintomi.

La sonnolenza può essere causata da un farmaco contro le febbri di natura allergica.

L’insonnia da un medicinale usato per una cura dimagrante.

Tranquillanti come la cloropromazina e la reserpina tendono a potenziare l’azione di certi farmaci e a contrastare quella di altri.

Gli stimolanti psichici, presi prima o dopo un altro medicinale, ne possono moltiplicare o annullare gli effetti.

Per chi guida l’auto è bene chiedere sempre al proprio medico se non ci sia pericolo a guidare dopo aver preso le medicine prescritte.

Gli esperti sono convinti che medicine considerate “innocue” causino problemi a molti automobilisti, ancora di più se prese insieme ad alcolici.

Questo può accadere, per esempio, con idrato di cloralio, un medicinale contro l’insonnia.

Sempre ascoltare il medico

Come è rischioso assumere un’eccessiva dose di un farmaco potente, altrettanto imprudente è rifiutarsi di prendere quelle prescritte dal medico, come fanno certi ammalati, a volte per motivi inspiegabili.

La paura è la ragione principale che induce i malati a rifiutare le medicine di cui hanno bisogno: paura di essere avvelenati o di prenderne l’abitudine.

Per alcuni prendere dei farmaci è addirittura un segno di debolezza morale.

Queste fisime mettono il medico nell’impossibilità di curare molti malati, le cui sofferenze potrebbero essere alleviate senza pericolo.

Un’altra frequente difficoltà per i medici è quella di convincere i malati a continuare la cura per tutto il tempo necessario.

Se sono state ordinate medicine per malattie croniche, di solito è un errore smettere la cura senza il consiglio del medico.

Dobbiamo accettare le medicine moderne: possono nuocere molto se usate male ed essere preziose se usate con criterio.

Non dobbiamo avere paura delle medicine, ma imparare a capire quello che possono e quello che non possono fare.

Le nostre armi segrete contro il freddo

Il mantenimento del calore corporeo

Noi esseri umani siamo animali semitropicali.

I nostri corpi, nudi e a riposo, sono fatti in modo da potere mantenere senza sforzo la temperatura interna quando il termometro segna 30°.

Ma l’organismo ha in sé vari metodi che gli consentono di affrontare temperature molto più basse.

Così gli indigeni che vivono esposti al clima glaciale della Terra del Fuoco, vicino alla punta antartica dell’America del Sud, possono sopravvivere per generazioni, anche senza alcun vestiti e con pochissimi ripari.

Quando fa freddo riusciamo a mantenerci in uno stato di benessere, in parte producendo maggiore calore nei nostri centri di combustione e in parte conservandolo.

Le più importanti fonti di calore interno sono i muscoli, che utilizzano circa il 70% dell’energia ottenuta dagli alimenti che essi consumano.

In condizioni normali, i muscoli dell’organismo generano il calore sufficiente a far bollire ogni ora più di un litro d’acqua gelida.

Quando agitiamo le braccia o pestiamo i piedi, aiutiamo i muscoli ad aumentare il calore che producono.

Fino a che punto l’attività muscolare ci consenta di allontanare il freddo, è stato chiarito dagli esperimenti eseguiti dal Consiglio Nazionale Canadese delle Ricerche.

Tali esperimenti dimostrano che lo stesso vestiario che serve per mantenere calda una persona in stato di riposo con 20° basterà a tenerla calda con 5° se cammina in fretta, e perfino a 20° sotto zero se si mette a correre.

Se non combattiamo il freddo tenendo volontariamente con l’esercizio dei muscoli, questi se ne assumono l’incarico e si riscaldano mettendosi a tremare.

“E’ il tremito” ha detto un fisiologo ” che spiega in gran parte perché tanti abbiano freddo e così pochi rimangano congelati”.

Infatti, con temperature estremamente rigide, il forte tremito può perfino salvarci dal morire assiderati.

 

Il calore dagli alimenti

I muscoli, producendo più calore quando fa freddo, consumano maggiore quantità di energia tratta dagli alimenti.

La Natura provvede aumentando l’appetito.

In media si consumano 30 calorie in più il giorno per ogni centigrado di cui scende la temperatura.

Uno studio condotto sui soldati americani ha concluso che quelli di stanza nei Tropici, dove la temperatura è in media di 33°, trovano sufficiente una dieta di 3.000 calorie al giorno.

Quelli invece di stanza nelle regioni polari, dove la temperatura è in media di 32° sotto zero, hanno bisogno di 5.000 calorie giornaliere.

Nei climi temperati, il fabbisogno medio di un uomo addetto a lavori pesanti è di circa 3.500 calorie al giorno.

 

Le reazioni dell’organismo al freddo

Invece di aumentare la propria produzione di calore quando fa freddo, possiamo raggiungere quasi lo stesso risultato conservando il calore che si ha.

Un metodo semplice è quello che tutti conosciamo: quando si ha freddo, istintivamente ci si raggomitola, riducendo l’ampiezza della superficie attraverso la quale il calore interno viene dissipato.

Meno noti sono i mutamenti che avvengono automaticamente nel sangue e nella pelle.

Di solito, il sangue e la pelle funzionano da impianti di raffreddamento, come l’acqua nel radiatore di un’automobile.

Il sangue caldo che esce dagli organi interni viene raffreddato scorrendo attraverso la pelle, in un flusso che ha una portata variabile dai 200 ai 300 litri circa ogni ora.

Quando si ha freddo, invece, molti capillari della pelle si restringono, riducendo il flusso sanguigno a un quinto del normale (e anche meno), con il risultato che la pelle aiuta a conservare il calore.

L’efficacia di questa coperta epidermica dipende in parte dallo spessore dello strato di grasso sottostante.

In genere le persone provviste di grasso ben distribuito sopportano il freddo intenso meglio di quelle magre, ma non è sempre così.

Le terminazioni nervose che dicono al cervello “ho freddo” sono vicine alla superficie della pelle.

Se tali terminazioni sono isolate, per effetto degli strati di grasso, dalle fonti interne di calore, può accadere che un individio grasso finisca con il sentire il freddo più di un magro.

Le pellicce isolano in modo analogo.

Molti animali conservano il calore del corpo grazie a piccoli muscoli che provocano l’erezione dei peli e quindi ispessiscono la pelliccia quando l’animale comincia ad avere freddo.

Noi uomini abbiamo ancora nella pelle gli stessi muscoli che servivano a far alzare i peli: sono quelli che si contraggono quando abbiamo freddo all’improvviso, provocando la “pelle d’oca”.

 

La percezione del freddo

La conservazione del calore corporeo dipende, in parte, da ciò con cui il corpo o gli abiti sono in contatto.

E’ per questo che il pavimento di piastrelle della stanza da bagno ci sembra più freddo del tappetino di spugna, anche se hanno la stessa temperatura.

Il calore sfugge più rapido dalla pelle verso un buon conduttore di calore come le mattonelle.

L’aria ferma, per fortuna, è un cattivo conduttore di calore.

Il corpo umano, che mantiene senza sforzo il proprio equilibrio termico nell’aria ferma a 30°, nell’acqua ha bisogno di 32° per raggiungere uno stesso equilibrio.

Un uomo può morire di esaurimento se resta immerso per 60 minuti nell’acqua gelata.

Può invece resistere molto più a lungo nell’aria alla stessa temperatura.

Calze di lana e scarponi possono mantenere caldi i piedi a temperature rigidissime, purché rimangano asciutti.

Ma se vi penetra l’acqua, le dita cominciano ben presto a intorpidirsi.

La madre che imbottisce di maglie di lana il suo bambino, prima di mandarrlo a giocare all’aperto quando fa freddo, dimentica che il piccolo si mette a correre e a saltare aumentando la sua produzione di calore interno e presto inizia a sudare.

Se poi si mette a sedere per riposarsi, la produzione interna di calore diminuisce e contemporaneamente, a causa dei vestiti sudati, le sue perdite termiche aumentano.

Ed ecco che il bambino torna a casa infreddolito.

E’ meglio mandare il bambino a giocare con abiti relativamente leggeri, ma con le mani e i piedi ben protetti, con la raccomandazione di venire a casa per indossare qualcosa di più pesante appena comincia a sentire freddo.

A differenza dell’aria ferma, l’aria mossa porta via rapidamente il calore.

Basta un venticello di 8 km/h per dissipare una quantità di calore interno otto volte maggiore di quella perduta nell’aria ferma.

Perciò un vestito invernale di buona lana perde circa metà del suo potere isolante quando chi lo indossa cammina a passo rapido.

Questo a causa delle correnti d’aria che il moto provoca all’interno dell’abito.

L’ampio abito di pelle di foca e di tricheco degli Eschimesi è quasi l’ideale per il freddo. Durante la caccia, quando l’Eschimese insegue la preda, l’aria gelida, che s’insinua fra le larghe pieghe dell’abito, impedisce il surriscaldamento del corpo.

Poi, quando il cacciatore riposa, l’abito gli aderisce al corpo e realizza un isolamento termico difficilmente superabile.

Quasi tutti pensano che la lana sia il tessuto ideale per la conservazione del calore e gli studi scientifici hanno confermato.

Gli esperti fanno notare, tuttavia, che l’effetto isolante non è dovuto al tessuto in sé, ma all’aria che rimane racchiusa tra le sue fibre.

E’ lo spessore dello strato d’aria così racchiuso che conta.

La superiorità della lana sul cotone, quindi, dipende soprattutto dalla sua elasticità.

Umida o asciutta, la lana, dopo essere stata compressa, tende a riprendere più velocemente il suo precedente spessore e a racchiudere più aria.

L’aver compreso quanto sia importante lo spessore dell’abbigliamento ha permesso agli scienziati di migliorare di guanti per le regioni artiche.

Noi teniamo quasi sempre le dita parzialmente piegate, mentre i fabbricanti tagliano di solito i guanti in modo che s’adattino alla mano completamente distesa.

Ne risulta che quando le dita si piegano, la maggior parte dei guanti si assottiglia in corrispondenza delle nocche e il calore ne sfugge.

I guanti per le regioni artiche vengono ora sagomati secondo la curva naturale delle dita.

E’ molto importante rimanere caldi mentre si dorme.

A tutti è capitato di addormentarsi in una stanza calda e di svegliarsi irrigiditi dal freddo.

Non è la stanza che si è raffreddata, ma la produzione interna di calore del corpo che è diminuita.

E’ bene quindi mettersi una coperta, anche se si ritiene non necessaria.

 

Eccezione: le coperte elettriche

Le coperte elettriche possono sembrare un’eccezione alla regola, secondo cui i vestiti hanno la funzione di conservare il calore del corpo.

Queste coperte danno la sensazione di trasmettere calore alla pelle.

Ma è un’illusione.

Le coperte elettriche servono a ridurre la dispersione del calore del corpo, come una coperta normale.

I vantaggi principali della coperta elettrica: si scalda da sé e quindi non c’è bisogno di raggomitolarsi per scaldarla con il calore del corpo; conserva al massimo il calore con un minimo peso; si regola automaticamente da sé.

 

Quanto può l’organismo umano sopravvivere al freddo?

Gli scienziati non hanno risolto in modo definitivo la questione.

Un mattino d’inverno del 1951, per esempio, una donna fu trovata in un vicolo di Chicago svenuta e quasi senza abiti.

La sua temperatura era scesa a 18°, era cioè di oltre 18° inferiore a quella normale.

Eppure, i medici dell’ospedale in cui fu ricoverata riuscirono a salvarle la vita, sommminostrandole stimolanti, plasma sanguigno, ossigeno, medicine anticoagulanti e altri rimedi.

Anche più straordinario fu il caso avvenuto nel 1955 a una bimba di due anni, che riuscì a sopravvivere dopo essere stata trovata senza conoscenza, con indosso il solo pigiamino e con una temperatura interna di 16°.

Dopo il 1930, gli studiosi cominciarono a compiere esperimenti sulla temperatura corporea allo scopo di curare certe malattie.

La percezione del dolore diminuisce quando la temperatura dell’organismo scende, perciò a volte si usa il raffreddamento interno per calmare certi dolori.

Ancor più notevole è l’impiego del raffreddamento interno per fermare il flusso del sangue in delicati interventi al cuore.

Con la temperatura interna dell’organismo a 24° o 27° , tutte le funzioni organiche sono rallentate e il fabbisogno di ossigeno si riduce a circa un quarto di quello che serve di solito.

Perciò il flusso del sangue attraverso il cuore può essere fermato senza pericolo per otto minuti o anche più: quanto basta al chirurgo per intervenire.

 

Come reagire al congelamento

Se si sono affrontate all’aperto temperature estremamente rigide e si raggiunge poi un rifugio completamente gelati e con le parti del corpo insensibili, che cosa occorre fare?

Non bisogna seguire il vecchio consiglio di strofinare le parti congelate con la neve o con il ghiaccio.

L’applicazione immediata di calore provoca minori danni ai tessuti e rappresenta minor pericolo d’infezione o di cancrena.

Oggi si consiglia di condurre appena possibile l’infortunato in una stanza riscaldata, di dargli una bevanda calda non alcolica e poi di avvolgerlo in coperte ben riscaldate, oppure di immergerlo in un bagno di acqua tiepida (non oltre i 37°-38°).

Il corpo assorbe calore più rapidamente nell’acqua calda.

Occorre però evitare gli eccessi di calore: non si deve adoperare una lampada termica, né una borsa di gomma per l’acqua calda, né si devono esporre le parti congelate al calore di una stufa.

Ma, nonostante l’efficacia dei metodi per la cura dei congelamenti, non bisogna mai prenderli alla leggera, sottovalutando i pericoli a cui ci si espone quando si affrontano temperature estremamente rigide, senza protezione adeguata.

Che cos’è la febbre?

Come si verifica la febbre?

Ogni giorno milioni di persone si mettono il termometro per provarsi la febbre.

Molti credono che, più alta è la febbre, più grave sia la malattia.

I medici non ne sono altrettanto sicuri.

Da oltre duemila anni si chiedono: la febbre è amica o nemica?

E’ indice di quanto sia malato l’individuo o di quanto sia grande lo sforzo dell’organismo per guarire?

Ma prima di tutto: che cos’è la febbre?

E’ l’indicazione che l’organismo genera calore con maggiore rapidità di quanto lo perda.

Il sistema di riscaldamento del nostro organismo è, sotto molti aspetti, simile all’impianto di riscaldamento di una casa.

Il cibo che mangiamo viene bruciato, soprattutto dal tessuto muscolare.

Il calore ottenuto è diffuso in tutto l’organismo attraverso i vasi sanguigni.

Come una casa ben costruita, l’organismo ha il suo isolamento: uno strato di grasso sottocutaneo per ridurre le perdite di calore.

Tutto il sistema è comandato dalle cellule dell’ipotalamo, che si trova nella parte inferiore del cervello.

L’ipotalamo è il termostato dell’organismo.

Quando è spinto troppo in su, si ha la febbre.

Allora il meccanismo della traspirazione si rallenta e la pelle diventa calda e secca.

Non erano mai stati fatti studi approfonditi sulla temperatura del corpo finché, alla metà del secolo scorso, il dottor Carl Wunderlich, dell’Università di Lipsia, misurò la temperatura di 100.000 persone e concluse che la temperatura “normale” del corpo era 37°.

Oggi i ricercatori notano che la temperatura del corpo varia molto durante il giorno: più bassa nelle prime ore del mattino, più alta verso sera.

Perciò i medici pensano che sia preferibile parlare di una “zona” normale che va da 36,2° ai 37,5° centigradi.

Sebbene sia un ottimo distributore di calore, il sangue non adempie il suo compito in modo perfetto.
Se la temperatura nella bocca è di 37°, quella rettale è di solito mezzo grado più alta.

Il fegato, che è l’organo più caldo del corpo, è sui 38°.

La temperatura della regione inguinale è di almeno mezzo grado più bassa di quella interna.

La sopravvivenza della razza umana dipende dal fatto che la temperatura resti in questi limiti.

Se li supera, i testicoli non possono produrre i loro agenti fecondatori.

 

Che cosa provoca la febbre?

Svaratissime cause, di cui una è l’ansietà.

Solo per la paura di andare all’ospedale, un bimbo può avere febbre da 38° a 39°.

Un medico del consiglio di leva osservò che la temperatura di 324 future reclute, preoccupate del loro stato, era in media di quasi mezzo grado superiore al normale.

Inoltre una lesione all’ipotalamo, causata da un incidente o da un tumore in quella zona, provoca spesso febbre altissima.

Le malattie da batteri e da virus sono di gran lunga le maggiori cause di febbre.

Il preciso meccanismo con il quale questi microbi provocano la febbre non è noto.

Ma il dottor Paul Beeson, dell’Università Yale, ritiene che, sotto l’azione dell’attacco di microbi, i globuli bianchi del sangue liberino sostanze chimiche causanti febbre, dette pirogeni, che stimolano l’attività dell’ipotalamo, rialzando la temperatura del corpo.

 

E’ dannosa la febbre?

Alcune febbri sono senz’altro pericolose, specialmente quelle causate da lesioni cerebrali, tumori e colpi di sole.

Arrivano a livelli tali per cui la sola temperatura basta a mettere in pericolo la vita.

Una febbre di 42,8°, per esempio, causa un danno irreparabile al cervello, se non è fatta scendere rapidamente con impacchi freddi o con immersioni in una vasca d’acqua fredda.

La febbre che segue a un attacco cardiaco è anch’essa cosa grave.

Con la febbre, infatti, il ritmo dell’attività cellulare dell’organismo (metabolismo) può aumentare molto.

A questo ritmo più rapido, le cellule hanno bisogno di maggiore quantità d’ossigeno.

Ne deriva un ulteriore aggravio per il cuore già colpito.

Questi casi, però, costituiscono l’eccezione.

Per le solite febbri che accompagnano i raffreddori, i mal di gola e simili, bisognerebbe tener presente questo.

La febbre non è una malattia, ma un sintomo, spesso prezioso e rivelatore.

Molti medici mettono oggi in dubbio la saggezza di combattere la febbre con i classici rimedi.

La febbre può essere il migliore, o addirittura, l’unico segno per seguire il decorso di una malattia, perché molte malattie hanno un andamento febbrile facilmente riconoscibile.

Nel tifo, per esempio, la febbre è continua.

Nella malaria è intermittente: temperatura normale per alcuni giorni, seguita da una rapida ascesa.

L’andamento è remittente (fluttuazioni giornaliere, temperatura sempre sopra la norma, ma vicina a questa in alcune ore del giorno) nelle infezioni ossee, negli ascessi addominali, nella terza settimana del tifo, nell’infezione del sangue – o setticemia – e nella tubercolosi polmonare.

 

Oltre quale limite la febbre diventa pericolosa?

Non esiste una norma sicura.

E’ stato osservato che l’individuo sopravvive di rado a temperature sui 43°.

Tuttavia, la temperatura non oltrepassa quasi mai 41°.

L’organismo possiede un meccanismo di soccorso che entra in funzione a questo punto.

Si avvia una serie di fatti volti a proteggere la vita.

L’ammalato di solito entra in coma.

L‘afflusso ai vasi sanguigni più superficiali aumenta e la sudorazione è abbondante.

Questi fatti producono un raffreddamento e la febbre comincia a scendere verso livelli meno pericolosi.

 

I benefici della febbre

La febbre stimola l’organismo a produrre un maggior numero di globuli bianchi, che combattono i batteri, e di anticorpi che li uccidono.

Prove recenti dimostrano che la febbre aumenta la produzione dell’ormone ACTH, il quale, a sua volta, combatte l’effetto nocivo della malattia sull’organismo.

Sembra anche che intensifichi l’azione di antibiotici come la penicillina.

A certi livelli moderati di temperatura alcuni batteri vengono semplicemente cotti fino a morire.

Nel secolo scorso, per esempio, i medici notarono che dopo un attacco di alcune malattie febbrili (malaria, tifo) molti malati guarivano dalla sifilide.

Ciò indusse il dottor Julius Wagner-Jauregg, un medico austriaco, a infettare i pazienti con la malaria per curare la sifilide.

Più tardi si giunse a procurare la febbre artificiale con la corrente elettrica ad alta frequenza.

 

False credenze

Con la migliore conoscenza della febbre, molte vecchie regole sono state rivedute.

Prima era norma abituale combattere la febbre con il digiuno, ciò che senza dubbio portava al decesso di molti ammalati già gravemente debilitati.

Siccome la febbre accelera il ritmo del metabolismo, il fabbisogno di alimenti solidi e liquidi aumenta: occorre perciò una dieta ricca di proteine, vitamine e liquidi.

Un’altra vecchia norma era quella di coprire il malato con coperte e di riscaldare molto la camera per farlo sudare e quindi far scendere la febbre.

Era la cura peggiore a cui si potesse ricorrere.

In preda alla febbre, l’organismo lotta per liberarsi dal calore eccessivo.

In questo modo gli si rendeva più difficile il compito.

Dunque: camera fresca, coperte leggere.

Inoltre era consuetudine tenere a letto gli ammalati.

In certe circostanze anche questa abitudine può essere abbandonata.

Qualche tempo fa un medico compì uno studio su 1082 bambini febbricitanti.

Alcuni furono tenuti a letto, altri furono lasciati girare per casa.

La temperatura tornò normale quasi allo stesso tempo in entrambi i gruppi.

Nelle malattie “solite”, o che non superano certi limiti di pericolosità, ai bambini può essere consentito il riposo che preferiscono e di giocare tranquilli in casa.

Non bisogna però dimenticare che possono essere gravemente ammalati anche con febbre inferiore a 38°.

Molti colpiti da poliomielite non hanno mai superato questa temperatura.

La febbre alta, la febbre persistente e la febbre accompagnata da altri sintomi come nausea, mal di gola, dolori, gonfiori o eruzioni cutanee devono comunque essere sempre segnalate al medico.

Per concludere, la febbre non è più la cosa spaventevole di una volta.

Oggi è considerata, nella grande maggioranza dei casi, più un’amica che una nemica.

Dolore: il perché del dolore fisico

IL DOLORE COME AVVERTIMENTO

Una stenografa canadese non ha mai avuto in vita sua un dolore fisico: proprio come si nasce sordi o ciechi, lei è nata priva del senso del dolore.

Ma non è da invidiare, perché ha il corpo coperto pieno di cicatrici e lividi.

Le manca l’avvertimento del pericolo dato dal dolore, di conseguenza ha sofferto varie volte di scottature quasi mortali e il primo segno di quel che le stava accadendo l’aveva dal puzzo di bruciato.

E’ stata ricoverata ripetutamente per infezioni che vengono di solito evitate, dato che il dolore ci avverte della necessità di farci curare.

Questa donna è priva, inoltre, dei riflessi interni provocati dal dolore, che proteggono le persone normali.

 

COME REAGISCE L’ORGANISMO?

Quando si è feriti o colpiti, l’organismo reagisce in vari modi all'”allarme” dato dal dolore.

Il sangue, che in condizioni normali circola nei vasi cutanei e in quelli degli organi addominali, viene dirottato verso il cervello, i polmoni, i muscoli.

Il cuore affretta i battiti e fa aumentare la pressione sanguigna: sono tutti preparativi per intervenire contro la fonte del dolore.

Il fegato riversa nella circolazione sanguigna lo zucchero che tiene accumulato e il sangue porta rapidamente questo alimento energetico ai muscoli.

Se la ferita è in prossimità della testa, è probabile che escano lacrime e che coli il naso: è il metodo con cui l’organismo lava via le sostanze dannose.

Nel sangue avvengono mutamenti chimici atti a farlo coagulare più rapidamente, in modo da diminuire le perdite per emorragia.

Se il dolore proviene da una fonte interna, le reazioni protettive possono essere diverse.

La pressione sanguigna può abbassarsi, possono sopravvenire la nausea e altri sintomi spiacevoli che inducono a stendersi e a rannicchiarsi su sé stessi, posizione ottima per riaversi.

Il dolore è utile anche sotto un altro aspetto.

Dopo un periodo di esercizio fisico eccessivo, che lascia i muscoli dolenti, il male iniziale passa.

I muscoli di cui si è abusato, però, ridiventano subito dolenti se si tenta di servirsene prima che si siano riposati completamente.

Così la Natura ci protegge dopo che ci siamo fatti male

 

IL DOLORE COME SENSO

Il dolore è un senso, come la vista, il gusto e l’olfatto.

Le terminazioni nervose sensibili al dolore sono distribuite ovunque nella pelle e negli organi e, quando queste vengono stimolate, si sente dolore.

Dopo anni di ricerche è stato dimostrato da tre scienziati, Hames Hardy, Harold Wolff e Helen Goodell, che l’intensità del dolore non dipende dalla quantità di tessuto che viene offeso, bensì dall’intensità dell’offesa.

Così, se immergiamo il corpo per sei ore in acqua riscaldata a 44°, si sente un dolore molto leggero.

Tuttavia, quando si esce dal bagno, la pelle è completamente cotta.

Inversamente, un pezzo di ferro scaldato al calore bianco (attorno ai 2000°C) che tocchi la pelle per una frazione di secondo può provocare una scottatura tanto leggera da non lasciare quasi traccia, ma causa un dolore fortissimo.

Il dottor Hardy afferma:

“Il dolore è una specie di tachimetro che misura la velocità con cui sta avvenendo il danneggiamento dei tessuti. Non dice molto sulla gravità del danno, ma avverte della rapidità con cui il danno progredisce se non s’interviene”.

 

DOVE SENTIAMO PIU’ DOLORE?

Le terminazioni nervose che producono il dolore sono distribuite nell’organismo secondo uno schema funzionale.

Ce ne sono relativamente poche sulle palme delle mani e sulla pianta dei piedi, dove le piccole ferite sono più frequenti e di scarsa importanza.

Nella regione inguinale e in quella del collo, dove una ferita può essere mortale, le terminazioni nervosi sono molto più in superficie.

La materia grigia di cui è composto il cervello è protetta dal cranio e manca del tutto dei nervi che trasmettono il dolore.

Invece le arterie che trasportano il sangue al cervello ne sono ricche.

Perciò il mal di testa è di solito una sensazione dolorosa proveniente dai vasi che portano il sangue alla testa.

 

I TIPI DI DOLORE

Hardy, Wolff e Goodell classificano il dolore in tre tipi.

Definiscono il primo “puntorio“: esso si fa sentire immediatamente dopo che la pelle è stata tagliata o lacerata o scattata; è un dolore acuto che indica esattamente il punto in cui è avvenuta l’offesa.

Un secondo o due più tardi si sente il dolore “bruciante“, che è più sordo, dura di più e si diffonde in modo impreciso su di una zona più ampia.

Il terzo tipo è quello del dolore “profondo“, che nasce dalle terminazioni nervose degli organi interni piuttosto che dalla pelle.

Il dolore che si soffre nella vita reale può tuttavia essere molto diverso da quello provocato nelle prove di laboratorio.

Può associarsi all’ansia, alla paura, alla nausea e ad altre sensazioni che possono essere più importanti del male che deriva dall’organo offeso.

 

IL DOLORIMETRO E LE NOSTRE REAZIONI AI GRADI DI DOLORE

Abbiamo spesso il sospetto che le persone cosiddette “stoiche” siano meno sensibili al dolore delle altre, ma gli studi compiuti in proposito dicono che non è così.

La maggior parte delle persone sente il male in misura quasi uguale.

Il fatto è che certi si lamentano meno.

I tre dottori citati prima hanno dimostrato questo fatto per mezzo di un misuratore del dolore che hanno chiamato “dolorimetro“, definendo “dol” un grado del dolorimetro.

La puntura di uno spillo o un altro dolore lieve, che si sente appena, corrisponde a mezzo dol; un mal di testa normale raggiunge i due o i tre dol.

Il dolore durante l’espulsione di un calcolo dal rene arriva a dieci dol e mezzo: è questo il limite massimo, sopra il quale il dolore non aumenta più anche se la causa che lo provoca continua ad aumentare d’intensità.

Una persona stoica può riuscire a sopportare un dolore di otto dol gridando o torcendosi meno di altri che provano un male di due o tre dol.

C’è chi reagisce a un dolore da un dol – e molti dentisti possono confermarlo – come se stesse soffrendo le pene dell’inferno.

Ciascuno di noi può, inoltre, reagire in modo differente in momenti diversi.

Un pugile che sul quadrato sopporta il dolore più intenso, può lamentarsi come un bambino quando il dentista gli trapana un dente.

Un giocatore di calcio che si fa male a una caviglia durante un’azione decisiva potrebbe accorgersene soltanto più tardi, quando la partita è finita.

In molte malattie il dolore dura a lungo, anche dopo che ha compiuto la sua funzione di allarme.

Il dolore persistente, anche se non molto intenso, può trasformare la persona più mite e felice in un essere inquieto, irritabile o lamentoso e depresso.

 

LE DISTRAZIONI

Talvolta le distrazioni valgono a sollevare dal dolore.

Gli stregoni si mascherano in modo grottesco e si servono della musica, della danza e di farmaci amari per distrarre il malato dai suoi dolori.

Anche il lavoro è un diversivo: un’emicrania, che non si è avvertita o si è sopportata tutto il giorno mentre si lavorava, può sembrarci un tormento la sera, quando non si ha nulla da fare e si è liberi di pensare ai propri malanni.

Si può trovare sollievo al dolore leggendo o guardando la televisione.

Perciò, chi si reca negli ospedali per recitare o per distrarre in altro modo i malati allevia i loro dolori e li aiuta a far passare più presto il tempo.

 

I RIMEDI

Gli esperimenti compiuti da Hardy, Wolff e Goodell dimostrano che i comuni rimedi per dare sollievo dal dolore agiscono anzitutto aumentando la quantità di stimolo nervoso necessaria perché il dolore possa essere avvertito.

Un mal di testa che provoca un dolore di due dol può sparire dopo che si è presa una certa compressa antidolorifica.

Ma un mal di testa che provoca un dolore di quattro dol non si riduce a due dol con quella compressa antidolorifica, perché questa non può agire su un male di quattro dol, né vale aumentare le dosi.

Una compressa o due per volta fanno lo stesso effetto di cinque o sei, e sono più innocue.

L’azione benefica che il sofferente si aspetta da una certa compressa antidolorifica ha un effetto quasi uguale a quello della compressa stessa, come è stato dimostrato dagli esperimenti di Hardy e Wolff.

Talvolta sono eseguite resezioni di nervi per calmare dolori ribelli a ogni altra cura.

C’è tuttavia il rischio che tale intervento non abbia effetto, perché succede che la fonte del dolore non sia quella che si credeva.

Per evitare di sbagliarsi, il chirurgo neutralizza temporaneamente un nervo con iniezioni, prima di tagliarlo.

Se il dolore scompare, è allora sicuro di aver circoscritto il nervo giusto.

Tuttavia, tali operazioni sono eseguite soltanto come ultima risorsa. E poiché i dolori fisici, come ciò che vediamo e udiamo, possono anche fornirci utili avvertimenti, è saggio sopportarli con serenità.

Le difese: il mistero della salute

Le difese dell’organismo

Le difese del nostro organismo sono quelle che ci permettono di vivere in un sistema aperto, dove ci sono scambi tra l’ambiente interno (il nostro corpo) e quello esterno (la natura).

“Il maggior mistero della medicina non è la malattia, ma la salute“.

Lo star bene è la prova migliore di questa affermazione.

Ogni giorno il nostro corpo è invaso da miliardi di germi e molti possono provocare malattie o perfino la morte.

Nonostante ciò, ci conserviamo sani.

Innumerevoli batteri e virus riescono a penetrare nel nostro organismo con il cibo che mangiamo o con l’aria che respiriamo o attraverso qualche ferita cutanea.

Eppure, ci conserviamo sani.

Alcuni germi si stabiliscono permanentemente nella bocca, nel naso, nella gola o negli intestini, dove possono moltiplicarsi in modo incredibile.

Nonostante ciò, ci conserviamo sani.

Che cosa ci protegge da questi continui assalti di batteri e di virus?

A poco a poco, durante decine di anni di studio, gli scienziati sono riusciti a scoprire cosa accade.

La nostra salute è protetta, essi dicono, da una serie ingegnosa di difese, disposte in profondità, come le linee di un esercito, trincerato per respingere l’invasore.

Supponiamo, per esempio, che una particella di polvere carica di microbi penetri nell’occhio.

Con tutta probabilità, non c’è nessun motivo di preoccuparsi.

La superficie del globo oculare è costantemente bagnata di liquido lacrimale, il quale contiene un antisettico, detto lisozima, che uccide i batteri.

Il lisozima è così potente che una sola lacrima in due litri abbondanti d’acqua può ancora distruggere almeno una specie di germi.

Anche la saliva e gli altri liquidi prodotti dall’organismo contengono sostanze chimiche antisettiche.
Perfino la nostra pelle nuda ha una considerevole azione germicida.

Per esempio, se si pone su un vetrino una goccia di liquido contenente batteri della dissenteria, questi sopravvivono per alcune ore, ma quelli presenti in una goccia sul palmo della mano muoiono entro una ventina di minuti.

Alcune specie di germi possono sopravvivere a queste difese esterne e anche moltiplicarsi sulla cute.

Tuttavia, prima di poterci fare del male, devono penetrare nel corpo e poi superare tutto un altro sbarramento difensivo.

Per esempio, i germi che penetrano attraverso la bocca sono aggrediti dagli antisettici della saliva.

Quelli che sono deglutiti e che raggiungono lo stomaco trovano ad attenderli i potenti succhi gastrici.

Pochi arrivano vivi nell’intestino.

I germi che penetrano dal naso devono passare attraverso la complicata rete filtrante delle vie nasali.

La superficie delle vie nasali è mantenuta umida da un liquido mucoso che trattiene i germi.

Se questi causano un’irritazione, sono espulsi con lo starnuto, oppure il naso comincia a colare e i germi sono espulsi.

Anche i germi che riescono a raggiungere i bronchi restano imprigionati in un liquido mucoso e sono talvolta espulsi da un colpo di tosse, oppure sono deglutiti e trovano la loro fine nelle ben protette difese del tubo digerente.

Il pericolo sembra maggiore se i germi penetrano nel corpo attraverso ferite della cute o della mucosa, ferite così piccole da poter passare inosservate.

Supponiamo, per esempio, di mettere il piede su un chiodo carico di germi.

Ogni germe che penetra nei nostri tessuti può scindersi in due dopo una ventina di minuti e scindersi di nuovo dopo altri 20 minuti.

Se l’aumento continuasse di questo passo, dopo sette ore in noi si troverebbe un milione di nuovi germi che diventeranno parecchi trilioni il giorno dopo.

Allora, naturalmente, tutto il nostro organismo ne sarebbe invaso.

Ma prima che ciò accada, un altro genere di difesa sarà venuto in nostro soccorso.

Grandissima ammirazione desta la capacità dell’organismo di rinnovarsi, di riparare i danni subiti e di continuare a vivere.

Ogni volta che ci facciamo un taglietto con il rasoio o sbucciando la frutta, inizia un lavoro di costruzione molto più complicato di quello necessario per un grattacielo.

Se questo potere rigenerativo non ci fosse, la chirurgia non potrebbe esistere: la più piccola ferita potrebbe condurre alla morte.

 

Cos’é un infiammazione?

Il processo infiammatorio comincia quando varie sostanze chimiche sono prodotte dove avviene un’ invasione di germi dagli invasori stessi, mentre le cellule lese dell’organismo si difendono.

Queste sostanze chimiche si muovono in tutte le direzioni fino a raggiungere i vasi sanguigni più vicini.

Qui esse provocano il rilassamento delle pareti dei vasi, il che permette la fuoriuscita del plasma, ossia della parte acquosa del sangue.

Al plasma si accompagnano i globuli bianchi del sangue, cioè i leucociti, e varie sostanze chimiche che frenano lo sviluppo dei germi.

 

I leucociti

I leucociti sono una delle nostre difese più curiose ed efficaci.

In apparenza, essi sono simili all’animale unicellulare detto ameba e, come l’ameba, possono spostarsi da un punto all’altro del corpo.

In modo ancora misterioso i leucociti sono attratti verso la sede di un’invasione batterica.

Quando la raggiungono, ingoiano tutte le particelle estranee che vi trovano.

E’ possibile ed interessante osservare al microscopio questo processo.

Un leucocito scivola verso un batterio invasore, lo spinge contro una superficie solida, poi lo avvolge con il suo corpo gelatinoso per immobilizzarlo.

Infine apre un foro nella membrana e lo ricopre come una pelle, così il batterio è interamente assorbito.

Subito dopo, il leucocito scivola via in cerca di una nuova preda.

Milioni di leucociti sono spesso mobilitati dove è in corso un’infezione.

 

Il fibrinogeno e altre sostanze chimiche

Ci sono altri fattori connessi all’infiammazione che aiutano i leucociti nella loro opera.

Nel plasma sanguigno c’è una sostanza chimica detta fibrinogeno che si solidifica rapidamente in una trama di fili.

Questa, con altre sostanze del plasma e con i leucociti, forma una barriera intorno al campo di battaglia, intrappolando i germi in modo che l’infezione venga localizzata.

Foruncoli e ascessi sono esempi tipici del modo in cui la formazione di questa barriera protegge il resto dell’organismo dall’invasione dei germi:

Anche se i batteri sono in tal modo frenati, le risorse di tutto l’organismo sono mobilitate per sconfiggerli.

Alcune sostante chimiche, prodotte durante la scontro con i batteri, entrano nel circolo sanguigno e vanno a dare l’allarme ai depositi dove sono custodite le riserve di leucociti.

Entro pochi minuti milioni di altri leucociti sono immessi nel sangue, che li trasporta a tutti i tessuti.
Mentre ciò avviene, anche il midollo osseo è posto in allarme e accelera la produzione di nuove riserve di leucociti.

Alcuni germi sono rivestiti di una sostanza repellente che allontana i leucociti, mentre altri hanno il potere di uccidere i leucociti che ingoiano.

Ma anche morti, i leucociti continuano a produrre sostanze dannose ai germi.

 

I macrofagi

Se i leucociti non possono completare l’opera di eliminazione dei germi, a loro si aggiungono cellule di maggiori dimensioni (ma sempre microscopiche) chiamate macrofagi.

Questi possono ingoiare non soltanto batteri, ma anche i leucociti che albergano i batteri.

In genere, quando un leucocito o un macrofago ingoia un germe, questo muore, ma non sempre.

Alcuni batteri possono sopravvivere per lunghi periodi nell’interno delle cellule che li hanno ingoiati.

Anzi una cellula può talvolta prolungare la vita di un batterio, proteggendolo dalle sostanze antisettiche del sangue e dai farmaci.

Perciò l’organismo ha bisogno di un mezzo per eliminare questi germi ingoiati e altri prodotti di rifiuto.

 

Il sistema linfatico

A questo scopo, i tessuti sono drenati da una rete di canali detta sistema linfatico.

Leucociti, macrofagi e particelle invadenti entrano nei vasi di questa rete e sono portati dal liquido linfatico ai “nodi linfatici regionali“, ossia alle ghiandole situate nei punti strategici dell’organismo.
Ogni nodo funziona da filtro, trattenendo i batteri e le altre particelle.

Il liquido linfatico fluisce da un nodo all’altro finché raggiunge quelli situati nel collo, dove è scaricato nella corrente sanguigna.

A questo punto, in genere, tutti i germi sono già stati filtrati attraverso il liquido linfatico.

Tuttavia, dopo una malattia, i germi possono sopravvivere nei nodi linfatici per giorni e anche per settimane.

Le ghiandole del collo sono le ultime barriere che impediscono ai germi di raggiungere la corrente sanguigna, e la loro sopravvivenza spiega perché queste ghiandole rimangano talvolta gonfie e dolenti più a lungo.

Anche se alcuni germi riescono a raggiungere la corrente sanguigna, un’altra linea di difesa li attende.

Il midollo osseo, il fegato, la milza e qualche altro organo minore contengono una moltitudine di macrofagi che eliminano dal sangue le particelle invadenti, così come i nodi linfatici filtrano il liquido linfatico.

 

Gli anticorpi

In che modo i leucociti e i macrofagi riescono a distinguere i germi invasori e le altre particelle dalle cellule e dalle molecole proprie dell’organismo?

Il nostro corpo è munito di un sistema d’identificazione che “etichetta” le particelle invadenti.

Queste etichette che si attaccano agli invasori si chiamano anticorpi.

I leucociti e i macrofai ingoiano quasi tutte le particelle che incontrano, ma quelle che essi cercano con la massima voracità sono quelle etichettate dagli anticorpi.

Molte guarigioni da un’infezione sono da attribuire in gran parte all’azione degli anticorpi.

Chi non abbia mai avuto la scarlattina è privo di anticorpi adatti agli streptococchi che causano questa malattia.

Ma se gli streptococchi si assicurano nell’organismo una presa sufficiente per potervisi moltiplicare, allora le fabbriche degli anticorpi cominciano ad attrezzarsi per la loro produzione.

Per alcuni giorni i germi continueranno forse a moltiplicarsi e il malato starà sempre peggio.

Ma una volta che la produzione degli anticorpi sia avviata in pieno, gli anticorpi accorreranno in gran quantità.

Si attaccheranno agli streptococchi della scarlattina che, appena ricevuta la loro etichetta, cadranno preda di leucociti e macrofagi, così la guarigione avrà inizio.

Anche altre sostanze contenute nel sangue contribuiscono a distruggere i batteri a cui si sono legati gli anticorpi.

Sono soprattutto gli anticorpi che ci rendono immuni da altri attacchi di molte malattie comuni.

La prima volta che si è colpiti da una malattia come la scarlattina o il morbillo, le fabbriche di anticorpi richiedono molti giorni per imparare a produrre il tipo giusto.

Una volta che l’abbiano imparato, la produzione può cominciare molto rapidamente e, entro poche ore dall’entrata dei germi, potranno essere prodotte grandi quantità di anticorpi del tipo necessario.

Così la seconda e le successivi invasioni di un particolare tipo di germe sono spesso debellate prima ancora che si possa accorgere di essere stati infettati.

 

Come funziona la vaccinazione

Gli anticorpi, inoltre, permettono di combattere le malattie infettive per mezzo della vaccinazione.

Il vaccino è una sostanza che insegna preventivamente al nostro organismo come produrre rapidamente gli anticorpi contro una malattia che ancora non abbiamo contratto.

Alcuni tipi di germi hanno imparato come sfuggire alle difese degli anticorpi.

Il virus dell’influenza ne è l’esempio più evidente.

Ogni tanti anni si presenta un virus influenzale resistente ai comuni anticorpi influenzali.

Quando ciò accade, un’influenza “pandemica” si diffonde nel mondo, per esempio l’influenza “asiatica”.

In pochi anni quasi tutti hanno contratto l’influenza di nuovo tipo e hanno sviluppato nel proprio organismo gli anticorpi per combatterla.

Allora salta fuori un nuovo virus dell’influenza.

Ogni tipo d’influenza richiede un diverso anticorpo.

 

Anticorpi presi in prestito: la gammaglobulina

Gli anticorpi che circolano nel sangue si trovano per lo più in quella parte del plasma sanguigno detto gammaglobulina.

Questa sostanza, ricca d’anticorpi, può essere estratta dal sangue dei donatori e conservata per lunghi periodi.

Piccole dosi di gammaglobulina iniettate danno un’immunità temporanea contro il morbillo e l’epatite virale; gli anticorpi “presi in prestito”dalla gammaglobulina agiscono esattamente come gli anticorpi prodotti dal nostro organismo.

Anche i neonati si mantengono sani grazie ad anticorpi presi in prestito.

Nelle prime settimane di vita, le loro fabbriche di anticorpi funzionano poco o nulla, ma gli anticorpi ricevuti dalla madre prima della nascita li proteggono per un certo tempo dalla maggior parte delle malattie da cui è immune la madre.

I neonati inoltre ricevono anticorpi protettivi con il latte materno, specialmente con quello secreto nei primi giorni di allattamento.

 

Tossine e antitossine

Alcuni germi attaccano soltanto le cellule delle loro immediate vicinanze.

Altri producono sostanze velenose, dette tossine, che si possono diffondere in altre parti del corpo.

I batteri della difterite e del tetano sono esempi di questi produttori di tossine.

Quando è attaccato da tossine, l’organismo produce antitossine, cioè anticorpi specifici.

E, come ci si può immunizzare contro le malattie da virus con i vaccini contenenti virus denaturati, ci si può anche immunizzare contro le tossine della difterite e del tetamno mediante iniezioni di tossine denaturare, dette tossoidi.

 

La cicatrizzazione

Nell’economia dell’organismo, la ferita ha sempre la precedenza.

Anche coloro che morivano di fame nei campi di concentramento nella seconda guerra mondiale conservavano il potere di cicatrizzazione.

Tutto il materiale necessario al processo di cicatrizzazione è fornito mediante la demolizione di tessuti d’altre parti del corpo.

Così il tessuto muscolare si disgrega per trasformarsi in amminoacidi, che andranno a formare i nuovi tessuti dove si trova la ferita.

Questo è il motivo per cui i feriti gravi deperiscono.

La ferita si riempie di tessuto di granulazione, un materiale rosso, spugnoso, da rappezzo, che viene poi sostituito da tessuto cicatriziale rigido e fibroso.

Obbedendo a una misteriosa forza direttiva, le cellule fibrose si dispongono in esatta formazione geometrica, come i cristalli chimici.

Siccome questi tessuti più complicati hanno bisogno di costante apporto di sangue, è necessaria l’installazione di un intricato impianto di capillari.

Gli studiosi possono seguire questo processo praticando una ferita nell’orecchio di un coniglio: piccoli vasi sanguigni, così delicati da sanguinare al solo contatto, cominciano a scavarsi la via attraverso il nuovo tessuto.

Le loro estremità restano chiuse, altrimenti il sangue si disperderebbe.

Progredendo a caso, arrivano infine ad altri capillari.

Le estremità poi si dissolvono e i due vasi si uniscono, gettando così la base di un nuovo sistema circolatorio.

Con un processo ancora più complesso, le terminazioni nervose si aprono la via del nuovo tessuto.

Tutto questo si svolge in profondità, sotto la crosta che ricopre la ferita, dove nel frattempo si forma la nuova cute.

Intorno ai margini della ferita, le cellule cutanee cominciano a svolgere la loro importantissima funzione.

Prendono ad allungarsi, aprendosi la via verso il centro della zona messa a nudo, così come la corteccia cresce sull’incisione del tronco di un albero.

Il primo strato di cute che ricopre una ferita è sottile, fragile, vivo.

In seguito si ispessirà, le cellule superficiali morranno e s’induriranno per formare un rivestimento permanente e inerte.

Circa una settimana dopo il trauma, la ferita sembra guarita.

In realtà, alcune fasi importanti del processo di guarigione devono ancora scolgersi.

Nei mesi che seguono il trauma, sottili fibre muscolari cominciano a crescere partendo dai due margini della ferita fino a congiungersi e a intrecciarsi.

Il tessuto adiposo si congiunge al tessuto adiposo, il connettivo al connettivo.

Con il tempo, forse entro un anno, il tessuto cicatriziale sarà sostituito da tessuto funzionale.

Il lavoro di ricostruzione sarà allora compiuto.

L’umanità potrebbe sopravvivere senza le “difese in profondità” del corpo umano così meravigliosamente coordinate?

Non sembra probabile.