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Quello che dobbiamo sapere sulle medicine di oggi

Effetti positivi e negativi delle medicine moderne

Le medicine che si prendevano qualche decina di anni fa non potevano causare gravi danni: ma, d’altra parte, non avevano nemmeno grande effetto.

Adesso le medicine possono fare molto bene, ma anche molto male.

Molti non capiscono che il farmaco capace di guarigioni “miracolose” riesce a fare ciò alterando in modo radicale i processi dell’organismo.

A ogni medico capitano malati che lo vogliono convincere a prescrivere potenti medicine per malattie poco importanti.

Un genitore troppo apprensivo, nonostante il consiglio di uno specialista, intende procurarsi un potente ormone per far maturare sessualmente il figlio quattordicenne.

Un giovane si fa curare l’acne con un antibiotico di grande efficacia, il cloroamfenicolo, farmaco pericoloso ma anche molto utile in certe gravi malattie.

E’ probabile che il farmaco guarisca l’acne, ma il ragazzo potrebbe morire di anemia aplastica provocata dalla cura.

I farmaci moderni vanno usati con precauzione.

Per esempio, si può essere o diventare allergici ai farmaci più comuni.

La penicillina è certamente un rimedio efficace – se ne consumano ogni anno centinaia di tonnellate – ma spesso è assunta indiscriminatamente.

Lo choc da penicillina e altri effetti collaterali sono un grande pericolo per coloro che ne hanno abusato in situazioni in cui non c’era bisogno.

Inoltre spesso molte medicine, comprate senza ricetta, non sono considerate alla stessa stregua delle medicine prescritte dal medico.

Un esempio sono i lassativi, farmaci da banco propagandati come innocui.

Un altro rischio è il prendere sbadatamente e senza criterio medicine avanzate dopo una malattia o dopo la malattia di un’altra persona,

Il medico ha bisogno di conoscere tutte le medicine che prendiamo.

Quando si entra in un ospedale anche per una semplice operazione chirurgica, bisogna sempre comunicare i farmaci che assumiamo e non trascurare niente, perché anche un tranquillante può avere effetti negativi se unito ad altri farmaci.

Allo stesso modo, dobbiamo essere in grado di riferire ai medici che consultiamo il nome di ogni medicina prescritta.

Controindicazioni dei farmaci

Le medicine possono originare o nascondere certi sintomi.

La sonnolenza può essere causata da un farmaco contro le febbri di natura allergica.

L’insonnia da un medicinale usato per una cura dimagrante.

Tranquillanti come la cloropromazina e la reserpina tendono a potenziare l’azione di certi farmaci e a contrastare quella di altri.

Gli stimolanti psichici, presi prima o dopo un altro medicinale, ne possono moltiplicare o annullare gli effetti.

Per chi guida l’auto è bene chiedere sempre al proprio medico se non ci sia pericolo a guidare dopo aver preso le medicine prescritte.

Gli esperti sono convinti che medicine considerate “innocue” causino problemi a molti automobilisti, ancora di più se prese insieme ad alcolici.

Questo può accadere, per esempio, con idrato di cloralio, un medicinale contro l’insonnia.

Sempre ascoltare il medico

Come è rischioso assumere un’eccessiva dose di un farmaco potente, altrettanto imprudente è rifiutarsi di prendere quelle prescritte dal medico, come fanno certi ammalati, a volte per motivi inspiegabili.

La paura è la ragione principale che induce i malati a rifiutare le medicine di cui hanno bisogno: paura di essere avvelenati o di prenderne l’abitudine.

Per alcuni prendere dei farmaci è addirittura un segno di debolezza morale.

Queste fisime mettono il medico nell’impossibilità di curare molti malati, le cui sofferenze potrebbero essere alleviate senza pericolo.

Un’altra frequente difficoltà per i medici è quella di convincere i malati a continuare la cura per tutto il tempo necessario.

Se sono state ordinate medicine per malattie croniche, di solito è un errore smettere la cura senza il consiglio del medico.

Dobbiamo accettare le medicine moderne: possono nuocere molto se usate male ed essere preziose se usate con criterio.

Non dobbiamo avere paura delle medicine, ma imparare a capire quello che possono e quello che non possono fare.

Le nostre armi segrete contro il freddo

Il mantenimento del calore corporeo

Noi esseri umani siamo animali semitropicali.

I nostri corpi, nudi e a riposo, sono fatti in modo da potere mantenere senza sforzo la temperatura interna quando il termometro segna 30°.

Ma l’organismo ha in sé vari metodi che gli consentono di affrontare temperature molto più basse.

Così gli indigeni che vivono esposti al clima glaciale della Terra del Fuoco, vicino alla punta antartica dell’America del Sud, possono sopravvivere per generazioni, anche senza alcun vestiti e con pochissimi ripari.

Quando fa freddo riusciamo a mantenerci in uno stato di benessere, in parte producendo maggiore calore nei nostri centri di combustione e in parte conservandolo.

Le più importanti fonti di calore interno sono i muscoli, che utilizzano circa il 70% dell’energia ottenuta dagli alimenti che essi consumano.

In condizioni normali, i muscoli dell’organismo generano il calore sufficiente a far bollire ogni ora più di un litro d’acqua gelida.

Quando agitiamo le braccia o pestiamo i piedi, aiutiamo i muscoli ad aumentare il calore che producono.

Fino a che punto l’attività muscolare ci consenta di allontanare il freddo, è stato chiarito dagli esperimenti eseguiti dal Consiglio Nazionale Canadese delle Ricerche.

Tali esperimenti dimostrano che lo stesso vestiario che serve per mantenere calda una persona in stato di riposo con 20° basterà a tenerla calda con 5° se cammina in fretta, e perfino a 20° sotto zero se si mette a correre.

Se non combattiamo il freddo tenendo volontariamente con l’esercizio dei muscoli, questi se ne assumono l’incarico e si riscaldano mettendosi a tremare.

“E’ il tremito” ha detto un fisiologo ” che spiega in gran parte perché tanti abbiano freddo e così pochi rimangano congelati”.

Infatti, con temperature estremamente rigide, il forte tremito può perfino salvarci dal morire assiderati.

 

Il calore dagli alimenti

I muscoli, producendo più calore quando fa freddo, consumano maggiore quantità di energia tratta dagli alimenti.

La Natura provvede aumentando l’appetito.

In media si consumano 30 calorie in più il giorno per ogni centigrado di cui scende la temperatura.

Uno studio condotto sui soldati americani ha concluso che quelli di stanza nei Tropici, dove la temperatura è in media di 33°, trovano sufficiente una dieta di 3.000 calorie al giorno.

Quelli invece di stanza nelle regioni polari, dove la temperatura è in media di 32° sotto zero, hanno bisogno di 5.000 calorie giornaliere.

Nei climi temperati, il fabbisogno medio di un uomo addetto a lavori pesanti è di circa 3.500 calorie al giorno.

 

Le reazioni dell’organismo al freddo

Invece di aumentare la propria produzione di calore quando fa freddo, possiamo raggiungere quasi lo stesso risultato conservando il calore che si ha.

Un metodo semplice è quello che tutti conosciamo: quando si ha freddo, istintivamente ci si raggomitola, riducendo l’ampiezza della superficie attraverso la quale il calore interno viene dissipato.

Meno noti sono i mutamenti che avvengono automaticamente nel sangue e nella pelle.

Di solito, il sangue e la pelle funzionano da impianti di raffreddamento, come l’acqua nel radiatore di un’automobile.

Il sangue caldo che esce dagli organi interni viene raffreddato scorrendo attraverso la pelle, in un flusso che ha una portata variabile dai 200 ai 300 litri circa ogni ora.

Quando si ha freddo, invece, molti capillari della pelle si restringono, riducendo il flusso sanguigno a un quinto del normale (e anche meno), con il risultato che la pelle aiuta a conservare il calore.

L’efficacia di questa coperta epidermica dipende in parte dallo spessore dello strato di grasso sottostante.

In genere le persone provviste di grasso ben distribuito sopportano il freddo intenso meglio di quelle magre, ma non è sempre così.

Le terminazioni nervose che dicono al cervello “ho freddo” sono vicine alla superficie della pelle.

Se tali terminazioni sono isolate, per effetto degli strati di grasso, dalle fonti interne di calore, può accadere che un individio grasso finisca con il sentire il freddo più di un magro.

Le pellicce isolano in modo analogo.

Molti animali conservano il calore del corpo grazie a piccoli muscoli che provocano l’erezione dei peli e quindi ispessiscono la pelliccia quando l’animale comincia ad avere freddo.

Noi uomini abbiamo ancora nella pelle gli stessi muscoli che servivano a far alzare i peli: sono quelli che si contraggono quando abbiamo freddo all’improvviso, provocando la “pelle d’oca”.

 

La percezione del freddo

La conservazione del calore corporeo dipende, in parte, da ciò con cui il corpo o gli abiti sono in contatto.

E’ per questo che il pavimento di piastrelle della stanza da bagno ci sembra più freddo del tappetino di spugna, anche se hanno la stessa temperatura.

Il calore sfugge più rapido dalla pelle verso un buon conduttore di calore come le mattonelle.

L’aria ferma, per fortuna, è un cattivo conduttore di calore.

Il corpo umano, che mantiene senza sforzo il proprio equilibrio termico nell’aria ferma a 30°, nell’acqua ha bisogno di 32° per raggiungere uno stesso equilibrio.

Un uomo può morire di esaurimento se resta immerso per 60 minuti nell’acqua gelata.

Può invece resistere molto più a lungo nell’aria alla stessa temperatura.

Calze di lana e scarponi possono mantenere caldi i piedi a temperature rigidissime, purché rimangano asciutti.

Ma se vi penetra l’acqua, le dita cominciano ben presto a intorpidirsi.

La madre che imbottisce di maglie di lana il suo bambino, prima di mandarrlo a giocare all’aperto quando fa freddo, dimentica che il piccolo si mette a correre e a saltare aumentando la sua produzione di calore interno e presto inizia a sudare.

Se poi si mette a sedere per riposarsi, la produzione interna di calore diminuisce e contemporaneamente, a causa dei vestiti sudati, le sue perdite termiche aumentano.

Ed ecco che il bambino torna a casa infreddolito.

E’ meglio mandare il bambino a giocare con abiti relativamente leggeri, ma con le mani e i piedi ben protetti, con la raccomandazione di venire a casa per indossare qualcosa di più pesante appena comincia a sentire freddo.

A differenza dell’aria ferma, l’aria mossa porta via rapidamente il calore.

Basta un venticello di 8 km/h per dissipare una quantità di calore interno otto volte maggiore di quella perduta nell’aria ferma.

Perciò un vestito invernale di buona lana perde circa metà del suo potere isolante quando chi lo indossa cammina a passo rapido.

Questo a causa delle correnti d’aria che il moto provoca all’interno dell’abito.

L’ampio abito di pelle di foca e di tricheco degli Eschimesi è quasi l’ideale per il freddo. Durante la caccia, quando l’Eschimese insegue la preda, l’aria gelida, che s’insinua fra le larghe pieghe dell’abito, impedisce il surriscaldamento del corpo.

Poi, quando il cacciatore riposa, l’abito gli aderisce al corpo e realizza un isolamento termico difficilmente superabile.

Quasi tutti pensano che la lana sia il tessuto ideale per la conservazione del calore e gli studi scientifici hanno confermato.

Gli esperti fanno notare, tuttavia, che l’effetto isolante non è dovuto al tessuto in sé, ma all’aria che rimane racchiusa tra le sue fibre.

E’ lo spessore dello strato d’aria così racchiuso che conta.

La superiorità della lana sul cotone, quindi, dipende soprattutto dalla sua elasticità.

Umida o asciutta, la lana, dopo essere stata compressa, tende a riprendere più velocemente il suo precedente spessore e a racchiudere più aria.

L’aver compreso quanto sia importante lo spessore dell’abbigliamento ha permesso agli scienziati di migliorare di guanti per le regioni artiche.

Noi teniamo quasi sempre le dita parzialmente piegate, mentre i fabbricanti tagliano di solito i guanti in modo che s’adattino alla mano completamente distesa.

Ne risulta che quando le dita si piegano, la maggior parte dei guanti si assottiglia in corrispondenza delle nocche e il calore ne sfugge.

I guanti per le regioni artiche vengono ora sagomati secondo la curva naturale delle dita.

E’ molto importante rimanere caldi mentre si dorme.

A tutti è capitato di addormentarsi in una stanza calda e di svegliarsi irrigiditi dal freddo.

Non è la stanza che si è raffreddata, ma la produzione interna di calore del corpo che è diminuita.

E’ bene quindi mettersi una coperta, anche se si ritiene non necessaria.

 

Eccezione: le coperte elettriche

Le coperte elettriche possono sembrare un’eccezione alla regola, secondo cui i vestiti hanno la funzione di conservare il calore del corpo.

Queste coperte danno la sensazione di trasmettere calore alla pelle.

Ma è un’illusione.

Le coperte elettriche servono a ridurre la dispersione del calore del corpo, come una coperta normale.

I vantaggi principali della coperta elettrica: si scalda da sé e quindi non c’è bisogno di raggomitolarsi per scaldarla con il calore del corpo; conserva al massimo il calore con un minimo peso; si regola automaticamente da sé.

 

Quanto può l’organismo umano sopravvivere al freddo?

Gli scienziati non hanno risolto in modo definitivo la questione.

Un mattino d’inverno del 1951, per esempio, una donna fu trovata in un vicolo di Chicago svenuta e quasi senza abiti.

La sua temperatura era scesa a 18°, era cioè di oltre 18° inferiore a quella normale.

Eppure, i medici dell’ospedale in cui fu ricoverata riuscirono a salvarle la vita, sommminostrandole stimolanti, plasma sanguigno, ossigeno, medicine anticoagulanti e altri rimedi.

Anche più straordinario fu il caso avvenuto nel 1955 a una bimba di due anni, che riuscì a sopravvivere dopo essere stata trovata senza conoscenza, con indosso il solo pigiamino e con una temperatura interna di 16°.

Dopo il 1930, gli studiosi cominciarono a compiere esperimenti sulla temperatura corporea allo scopo di curare certe malattie.

La percezione del dolore diminuisce quando la temperatura dell’organismo scende, perciò a volte si usa il raffreddamento interno per calmare certi dolori.

Ancor più notevole è l’impiego del raffreddamento interno per fermare il flusso del sangue in delicati interventi al cuore.

Con la temperatura interna dell’organismo a 24° o 27° , tutte le funzioni organiche sono rallentate e il fabbisogno di ossigeno si riduce a circa un quarto di quello che serve di solito.

Perciò il flusso del sangue attraverso il cuore può essere fermato senza pericolo per otto minuti o anche più: quanto basta al chirurgo per intervenire.

 

Come reagire al congelamento

Se si sono affrontate all’aperto temperature estremamente rigide e si raggiunge poi un rifugio completamente gelati e con le parti del corpo insensibili, che cosa occorre fare?

Non bisogna seguire il vecchio consiglio di strofinare le parti congelate con la neve o con il ghiaccio.

L’applicazione immediata di calore provoca minori danni ai tessuti e rappresenta minor pericolo d’infezione o di cancrena.

Oggi si consiglia di condurre appena possibile l’infortunato in una stanza riscaldata, di dargli una bevanda calda non alcolica e poi di avvolgerlo in coperte ben riscaldate, oppure di immergerlo in un bagno di acqua tiepida (non oltre i 37°-38°).

Il corpo assorbe calore più rapidamente nell’acqua calda.

Occorre però evitare gli eccessi di calore: non si deve adoperare una lampada termica, né una borsa di gomma per l’acqua calda, né si devono esporre le parti congelate al calore di una stufa.

Ma, nonostante l’efficacia dei metodi per la cura dei congelamenti, non bisogna mai prenderli alla leggera, sottovalutando i pericoli a cui ci si espone quando si affrontano temperature estremamente rigide, senza protezione adeguata.

Che cos’è la febbre?

Come si verifica la febbre?

Ogni giorno milioni di persone si mettono il termometro per provarsi la febbre.

Molti credono che, più alta è la febbre, più grave sia la malattia.

I medici non ne sono altrettanto sicuri.

Da oltre duemila anni si chiedono: la febbre è amica o nemica?

E’ indice di quanto sia malato l’individuo o di quanto sia grande lo sforzo dell’organismo per guarire?

Ma prima di tutto: che cos’è la febbre?

E’ l’indicazione che l’organismo genera calore con maggiore rapidità di quanto lo perda.

Il sistema di riscaldamento del nostro organismo è, sotto molti aspetti, simile all’impianto di riscaldamento di una casa.

Il cibo che mangiamo viene bruciato, soprattutto dal tessuto muscolare.

Il calore ottenuto è diffuso in tutto l’organismo attraverso i vasi sanguigni.

Come una casa ben costruita, l’organismo ha il suo isolamento: uno strato di grasso sottocutaneo per ridurre le perdite di calore.

Tutto il sistema è comandato dalle cellule dell’ipotalamo, che si trova nella parte inferiore del cervello.

L’ipotalamo è il termostato dell’organismo.

Quando è spinto troppo in su, si ha la febbre.

Allora il meccanismo della traspirazione si rallenta e la pelle diventa calda e secca.

Non erano mai stati fatti studi approfonditi sulla temperatura del corpo finché, alla metà del secolo scorso, il dottor Carl Wunderlich, dell’Università di Lipsia, misurò la temperatura di 100.000 persone e concluse che la temperatura “normale” del corpo era 37°.

Oggi i ricercatori notano che la temperatura del corpo varia molto durante il giorno: più bassa nelle prime ore del mattino, più alta verso sera.

Perciò i medici pensano che sia preferibile parlare di una “zona” normale che va da 36,2° ai 37,5° centigradi.

Sebbene sia un ottimo distributore di calore, il sangue non adempie il suo compito in modo perfetto.
Se la temperatura nella bocca è di 37°, quella rettale è di solito mezzo grado più alta.

Il fegato, che è l’organo più caldo del corpo, è sui 38°.

La temperatura della regione inguinale è di almeno mezzo grado più bassa di quella interna.

La sopravvivenza della razza umana dipende dal fatto che la temperatura resti in questi limiti.

Se li supera, i testicoli non possono produrre i loro agenti fecondatori.

 

Che cosa provoca la febbre?

Svaratissime cause, di cui una è l’ansietà.

Solo per la paura di andare all’ospedale, un bimbo può avere febbre da 38° a 39°.

Un medico del consiglio di leva osservò che la temperatura di 324 future reclute, preoccupate del loro stato, era in media di quasi mezzo grado superiore al normale.

Inoltre una lesione all’ipotalamo, causata da un incidente o da un tumore in quella zona, provoca spesso febbre altissima.

Le malattie da batteri e da virus sono di gran lunga le maggiori cause di febbre.

Il preciso meccanismo con il quale questi microbi provocano la febbre non è noto.

Ma il dottor Paul Beeson, dell’Università Yale, ritiene che, sotto l’azione dell’attacco di microbi, i globuli bianchi del sangue liberino sostanze chimiche causanti febbre, dette pirogeni, che stimolano l’attività dell’ipotalamo, rialzando la temperatura del corpo.

 

E’ dannosa la febbre?

Alcune febbri sono senz’altro pericolose, specialmente quelle causate da lesioni cerebrali, tumori e colpi di sole.

Arrivano a livelli tali per cui la sola temperatura basta a mettere in pericolo la vita.

Una febbre di 42,8°, per esempio, causa un danno irreparabile al cervello, se non è fatta scendere rapidamente con impacchi freddi o con immersioni in una vasca d’acqua fredda.

La febbre che segue a un attacco cardiaco è anch’essa cosa grave.

Con la febbre, infatti, il ritmo dell’attività cellulare dell’organismo (metabolismo) può aumentare molto.

A questo ritmo più rapido, le cellule hanno bisogno di maggiore quantità d’ossigeno.

Ne deriva un ulteriore aggravio per il cuore già colpito.

Questi casi, però, costituiscono l’eccezione.

Per le solite febbri che accompagnano i raffreddori, i mal di gola e simili, bisognerebbe tener presente questo.

La febbre non è una malattia, ma un sintomo, spesso prezioso e rivelatore.

Molti medici mettono oggi in dubbio la saggezza di combattere la febbre con i classici rimedi.

La febbre può essere il migliore, o addirittura, l’unico segno per seguire il decorso di una malattia, perché molte malattie hanno un andamento febbrile facilmente riconoscibile.

Nel tifo, per esempio, la febbre è continua.

Nella malaria è intermittente: temperatura normale per alcuni giorni, seguita da una rapida ascesa.

L’andamento è remittente (fluttuazioni giornaliere, temperatura sempre sopra la norma, ma vicina a questa in alcune ore del giorno) nelle infezioni ossee, negli ascessi addominali, nella terza settimana del tifo, nell’infezione del sangue – o setticemia – e nella tubercolosi polmonare.

 

Oltre quale limite la febbre diventa pericolosa?

Non esiste una norma sicura.

E’ stato osservato che l’individuo sopravvive di rado a temperature sui 43°.

Tuttavia, la temperatura non oltrepassa quasi mai 41°.

L’organismo possiede un meccanismo di soccorso che entra in funzione a questo punto.

Si avvia una serie di fatti volti a proteggere la vita.

L’ammalato di solito entra in coma.

L‘afflusso ai vasi sanguigni più superficiali aumenta e la sudorazione è abbondante.

Questi fatti producono un raffreddamento e la febbre comincia a scendere verso livelli meno pericolosi.

 

I benefici della febbre

La febbre stimola l’organismo a produrre un maggior numero di globuli bianchi, che combattono i batteri, e di anticorpi che li uccidono.

Prove recenti dimostrano che la febbre aumenta la produzione dell’ormone ACTH, il quale, a sua volta, combatte l’effetto nocivo della malattia sull’organismo.

Sembra anche che intensifichi l’azione di antibiotici come la penicillina.

A certi livelli moderati di temperatura alcuni batteri vengono semplicemente cotti fino a morire.

Nel secolo scorso, per esempio, i medici notarono che dopo un attacco di alcune malattie febbrili (malaria, tifo) molti malati guarivano dalla sifilide.

Ciò indusse il dottor Julius Wagner-Jauregg, un medico austriaco, a infettare i pazienti con la malaria per curare la sifilide.

Più tardi si giunse a procurare la febbre artificiale con la corrente elettrica ad alta frequenza.

 

False credenze

Con la migliore conoscenza della febbre, molte vecchie regole sono state rivedute.

Prima era norma abituale combattere la febbre con il digiuno, ciò che senza dubbio portava al decesso di molti ammalati già gravemente debilitati.

Siccome la febbre accelera il ritmo del metabolismo, il fabbisogno di alimenti solidi e liquidi aumenta: occorre perciò una dieta ricca di proteine, vitamine e liquidi.

Un’altra vecchia norma era quella di coprire il malato con coperte e di riscaldare molto la camera per farlo sudare e quindi far scendere la febbre.

Era la cura peggiore a cui si potesse ricorrere.

In preda alla febbre, l’organismo lotta per liberarsi dal calore eccessivo.

In questo modo gli si rendeva più difficile il compito.

Dunque: camera fresca, coperte leggere.

Inoltre era consuetudine tenere a letto gli ammalati.

In certe circostanze anche questa abitudine può essere abbandonata.

Qualche tempo fa un medico compì uno studio su 1082 bambini febbricitanti.

Alcuni furono tenuti a letto, altri furono lasciati girare per casa.

La temperatura tornò normale quasi allo stesso tempo in entrambi i gruppi.

Nelle malattie “solite”, o che non superano certi limiti di pericolosità, ai bambini può essere consentito il riposo che preferiscono e di giocare tranquilli in casa.

Non bisogna però dimenticare che possono essere gravemente ammalati anche con febbre inferiore a 38°.

Molti colpiti da poliomielite non hanno mai superato questa temperatura.

La febbre alta, la febbre persistente e la febbre accompagnata da altri sintomi come nausea, mal di gola, dolori, gonfiori o eruzioni cutanee devono comunque essere sempre segnalate al medico.

Per concludere, la febbre non è più la cosa spaventevole di una volta.

Oggi è considerata, nella grande maggioranza dei casi, più un’amica che una nemica.

Gli Essenziali: la guida ai libri che ti Formano

Attraverso i libri scorrono parole, pensieri, emozioni.

Quando ho iniziato a leggere ero già grande, avevo appena finito le scuole superiori, e avevo bisogno di nuovi stimoli.

Fino ad allora il mio rapporto con i libri era stato pessimo, passavo le giornate a fare sport, in giro con gli amici o a fare il minimo indispensabile per non essere bocciato.

I miei risultati scolastici sono sempre stati sufficienti, e il mio impegno nel perseguirli era tremendamente vantaggioso, come si dice: minima spesa, massima resa!

Una volta arrivato all’Università sono rimasto affascinato: aule dislocate in giro per la città, professori dinamici e che si rivolgono rispettosamente agli studenti, colleghi di studi che si aiutano tra loro, insomma tutta una altra storia.

La cosa che mi piaceva di più era l fatto che nessuno si chiedeva se avessi studiato o meno, alla fine del corso c’era l’esame e lì te la giocavi con il professore: promosso o bocciato, anzi se non eri soddisfatto del voto potevi addirittura rifiutare il voto e ripetere l’esame.

Musica per le mie orecchie.

Mi accorsi che non ero stato programmato per ascoltare passivamente un professore per 6 ore al giorno, 9 mesi l’anno, senza confronti aperti e con una marea di compiti da fare.

La facoltà di Scienze Motorie era dislocata in tutta Firenze, aule a Careggi, piscine a Novoli, stadio a Firenze Sud, e così via.

Le lezioni erano pratiche la mattina e teoriche il pomeriggio, 33 esami in 3 anni, non ci si annoiava.

Durante l’Università iniziai a lavorare, garantendomi un soggiorno un pò più lungo del previsto nell’Ateneo fiorentino.

Ad ogni modo, avevo trovato il mio Metodo di studio, da lì non mi sarei più fermato, e così è stato.

In questa guida vorrei consigliarti i migliori tra i libri che ho letto, la lista è in costante aggiornamento, quindi ti consiglio di tornare a dare un occhiata ogni tanto.

Prima di passare alla lista dei libri vorrei ricordarti le 5 regole fondamentali per leggere bene e molto:

1. Leggi tutti i giorni

Anche poco, ma leggi ogni giorno qualche pagina. Se sei all’inizio e leggi lentamente non preoccuparti, con il tempo leggerai sempre più velocemente e imparerai a capire come essere sempre più veloce. 10 o 20 pagine al giorno corrispondono a quasi un libro a settimana.

2. Annota i punti chiave

Mentre leggi un libro, assicurati di avere con te un taccuino su cui riportare le parole o le frasi chiave di quello che stai leggendo, cerca di non usare più di uno o due fogli formato A5, la schematizzazione è tutto.

3. Leggi tutto il libro

Non cadere nella tentazione di saltare qualche capitolo e leggere solo alcune parti del libro, a volte i concetti più vaghi vengono riassunti e chiariti in poche righe, sono in gancio giusto per comprendere il resto del libro.

4. Programma i libri che leggerai

Se vuoi sapere qualcosa di un argomento, non limitarti a leggere un solo libro, spesso lo stesso concetto viene trattato da più autori e avere diversi punti di vista ti permetterà di coltivare il tuo.

5. Conserva i tuoi appunti, e rileggili costantemente

In un libro di memorizzazione veloce, si consigliava di leggere l’argomento, lasciarlo da parte per una settimana e rileggerlo una seconda volta, dopo di che aspettare altri 21 giorni e leggerlo una terza volta. Così facendo i concetti vengono impressi nella mente per sempre. Io l’ho provato e devo dire che spesso funziona.

 

Gli Essenziali

Ognuno di noi ha uno scaffale di libri che rileggerebbe all’infinito.

Alcuni per i consigli, altri per le citazioni, altri ancora per le emozioni che leggendoli riescono a darti.

Questa è la mia e credo che chiunque voglia migliorare e crescere professionalmente debba assolutamente leggerti tutti.

Il mio consiglio è di sospendere qualsiasi attività in corso e dedicare qualche settimana a leggerli, ognuno di questi libri ha dato il via ad un progetto o ad una collaborazione, migliorando inevitabilmente la qualità del mio lavoro e della mia vita.

Ho riassunto e schematizzato ognuno di questi libri e un giorno pubblicherò anche i miei appunti, ma niente potrà sostituire le ore passate a leggerli.

Ecco qua la mia TOP10:

  1. Come ottenere il meglio da sé e dagli altri di Anthony Robbins (devo a questo libro tutto quello che ho fatto, compreso questo articolo, ecco l’ho detto)
  2. Se vuoi puoi di Bernard Roth
  3. The miracle morning di Hal Herold
  4. Chi ha spostato il mio formaggio? di Spencer Johnson
  5. Il più grande venditore del mondo di Og Mandino
  6. Il nuovo One Minute Manager di Spencer Johnson e Ken Blanchard
  7. Pensa e arricchisci te stesso di Napoleon Hill
  8. Strategia Oceano Blu di Chan Kim e Renè Mauborgne
  9. La mucca Viola di Seth Godin
  10. Padre Ricco, Padre Povero di Robert Kiyosaki

 

Formazione Scientifica

Per quanto riguarda la mia formazione in Anatomia, Biomeccanica e Fisiologia, ho sempre studiato moltissimo, utilizzando le mappe mentali con cui puntualmente tappezzavo le pareti della mia camera.

Questi sono stati i testi che mi hanno accompagnato per tutta l’università e che vivono ancora con me, nello scaffale del mio studio, per essere consultati quando serve (fa bene a tutti):

  1. L’Anatomia l’ho studiata su questo fantastico libro, ma esiste anche una versione più recente, la Netter e Gray che comprende sia il manuale di anatomia che l’atlante Netter, l’atlante che ho usato io scritto da un pazzo scatenato che ha disegnato a mano le illustrazioni anatomiche con una precisione millimetrica.
  2. Istologia
  3. Fisiologia Medica
  4. L’Allenamento Ottimale  (la bibbia dei Dottori in Scienze Motorie)
  5. Periodizzazione dell’allenamento (altro libro da imparare a memoria)

E una serie infinita di libri di settore, anche stranieri.

 

Formazione Osteopatica

Dopo la laurea mi sono specializzato in Osteopatia, una disciplina bella e affascinante che oltre a diventare il mio lavoro, è diventata la mia filosofia di vita.

L’Osteopatia necessita una conoscenza maniacale dell’anatomia, dell’embriologia e delle tecniche manuali.

  1. Anatomia, per gli amici osteopati IL TESTUT
  2. Medicina Osteopatica
  3. Principi di Medicina Manuale, per gli amici osteopati IL GREENMAN
  4. Osteopatia in ambito craniale, per gli amici osteopati IL MAGOUN
  5. Embriologia umana
  6. Atlante delle tecniche osteopatiche
  7. La fascia
  8. Anatomia e osteopatia
  9. Test ortopedici e neurologici
  10. Osteopatia: ricerca e pratica di A.T. Still
  11. Filosofia e principi meccanici dell’osteopatia di A.T. Still
  12. Autobiografia di A.T. Still

Leggere è stata una scoperta, mi ha portato a viaggiare con la mente e non solo, ho potuto crescere e fare delle mie passioni il mio lavoro, spero che sarà così anche per te.

 

Modelli per studiare e attrezzatura

Per quanto possa essere preciso un libro di Anatomia, niente potrà sostituire la “prova sul campo”.

Toccare, mettere in discussione e vedere quello che studi è meglio di qualsiasi altra tecnica di memorizzazione.

Associare quello che si legge o si studia alla sensazione visiva, auditiva o cinestesica (chi ha letto i 10 indispensabili sa a cosa mi riferisco) è un’arma infallibile per MEMORIZZARE e NON DIMENTICARE mai più ciò che si studia.

Ecco i modellini che negli anni ho acquistato:

Cranio scomponibile MAGNETICO, utile per tutti, fondamentale per gli Osteopati

Rachide, ottimo anche da tenere in studio per spiegare l’anatomia ai pazienti

Scheletro completo per tenere corsi e conferenze, lo uso come supporto alla didattica.

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Dolore: il perché del dolore fisico

IL DOLORE COME AVVERTIMENTO

Una stenografa canadese non ha mai avuto in vita sua un dolore fisico: proprio come si nasce sordi o ciechi, lei è nata priva del senso del dolore.

Ma non è da invidiare, perché ha il corpo coperto pieno di cicatrici e lividi.

Le manca l’avvertimento del pericolo dato dal dolore, di conseguenza ha sofferto varie volte di scottature quasi mortali e il primo segno di quel che le stava accadendo l’aveva dal puzzo di bruciato.

E’ stata ricoverata ripetutamente per infezioni che vengono di solito evitate, dato che il dolore ci avverte della necessità di farci curare.

Questa donna è priva, inoltre, dei riflessi interni provocati dal dolore, che proteggono le persone normali.

 

COME REAGISCE L’ORGANISMO?

Quando si è feriti o colpiti, l’organismo reagisce in vari modi all'”allarme” dato dal dolore.

Il sangue, che in condizioni normali circola nei vasi cutanei e in quelli degli organi addominali, viene dirottato verso il cervello, i polmoni, i muscoli.

Il cuore affretta i battiti e fa aumentare la pressione sanguigna: sono tutti preparativi per intervenire contro la fonte del dolore.

Il fegato riversa nella circolazione sanguigna lo zucchero che tiene accumulato e il sangue porta rapidamente questo alimento energetico ai muscoli.

Se la ferita è in prossimità della testa, è probabile che escano lacrime e che coli il naso: è il metodo con cui l’organismo lava via le sostanze dannose.

Nel sangue avvengono mutamenti chimici atti a farlo coagulare più rapidamente, in modo da diminuire le perdite per emorragia.

Se il dolore proviene da una fonte interna, le reazioni protettive possono essere diverse.

La pressione sanguigna può abbassarsi, possono sopravvenire la nausea e altri sintomi spiacevoli che inducono a stendersi e a rannicchiarsi su sé stessi, posizione ottima per riaversi.

Il dolore è utile anche sotto un altro aspetto.

Dopo un periodo di esercizio fisico eccessivo, che lascia i muscoli dolenti, il male iniziale passa.

I muscoli di cui si è abusato, però, ridiventano subito dolenti se si tenta di servirsene prima che si siano riposati completamente.

Così la Natura ci protegge dopo che ci siamo fatti male

 

IL DOLORE COME SENSO

Il dolore è un senso, come la vista, il gusto e l’olfatto.

Le terminazioni nervose sensibili al dolore sono distribuite ovunque nella pelle e negli organi e, quando queste vengono stimolate, si sente dolore.

Dopo anni di ricerche è stato dimostrato da tre scienziati, Hames Hardy, Harold Wolff e Helen Goodell, che l’intensità del dolore non dipende dalla quantità di tessuto che viene offeso, bensì dall’intensità dell’offesa.

Così, se immergiamo il corpo per sei ore in acqua riscaldata a 44°, si sente un dolore molto leggero.

Tuttavia, quando si esce dal bagno, la pelle è completamente cotta.

Inversamente, un pezzo di ferro scaldato al calore bianco (attorno ai 2000°C) che tocchi la pelle per una frazione di secondo può provocare una scottatura tanto leggera da non lasciare quasi traccia, ma causa un dolore fortissimo.

Il dottor Hardy afferma:

“Il dolore è una specie di tachimetro che misura la velocità con cui sta avvenendo il danneggiamento dei tessuti. Non dice molto sulla gravità del danno, ma avverte della rapidità con cui il danno progredisce se non s’interviene”.

 

DOVE SENTIAMO PIU’ DOLORE?

Le terminazioni nervose che producono il dolore sono distribuite nell’organismo secondo uno schema funzionale.

Ce ne sono relativamente poche sulle palme delle mani e sulla pianta dei piedi, dove le piccole ferite sono più frequenti e di scarsa importanza.

Nella regione inguinale e in quella del collo, dove una ferita può essere mortale, le terminazioni nervosi sono molto più in superficie.

La materia grigia di cui è composto il cervello è protetta dal cranio e manca del tutto dei nervi che trasmettono il dolore.

Invece le arterie che trasportano il sangue al cervello ne sono ricche.

Perciò il mal di testa è di solito una sensazione dolorosa proveniente dai vasi che portano il sangue alla testa.

 

I TIPI DI DOLORE

Hardy, Wolff e Goodell classificano il dolore in tre tipi.

Definiscono il primo “puntorio“: esso si fa sentire immediatamente dopo che la pelle è stata tagliata o lacerata o scattata; è un dolore acuto che indica esattamente il punto in cui è avvenuta l’offesa.

Un secondo o due più tardi si sente il dolore “bruciante“, che è più sordo, dura di più e si diffonde in modo impreciso su di una zona più ampia.

Il terzo tipo è quello del dolore “profondo“, che nasce dalle terminazioni nervose degli organi interni piuttosto che dalla pelle.

Il dolore che si soffre nella vita reale può tuttavia essere molto diverso da quello provocato nelle prove di laboratorio.

Può associarsi all’ansia, alla paura, alla nausea e ad altre sensazioni che possono essere più importanti del male che deriva dall’organo offeso.

 

IL DOLORIMETRO E LE NOSTRE REAZIONI AI GRADI DI DOLORE

Abbiamo spesso il sospetto che le persone cosiddette “stoiche” siano meno sensibili al dolore delle altre, ma gli studi compiuti in proposito dicono che non è così.

La maggior parte delle persone sente il male in misura quasi uguale.

Il fatto è che certi si lamentano meno.

I tre dottori citati prima hanno dimostrato questo fatto per mezzo di un misuratore del dolore che hanno chiamato “dolorimetro“, definendo “dol” un grado del dolorimetro.

La puntura di uno spillo o un altro dolore lieve, che si sente appena, corrisponde a mezzo dol; un mal di testa normale raggiunge i due o i tre dol.

Il dolore durante l’espulsione di un calcolo dal rene arriva a dieci dol e mezzo: è questo il limite massimo, sopra il quale il dolore non aumenta più anche se la causa che lo provoca continua ad aumentare d’intensità.

Una persona stoica può riuscire a sopportare un dolore di otto dol gridando o torcendosi meno di altri che provano un male di due o tre dol.

C’è chi reagisce a un dolore da un dol – e molti dentisti possono confermarlo – come se stesse soffrendo le pene dell’inferno.

Ciascuno di noi può, inoltre, reagire in modo differente in momenti diversi.

Un pugile che sul quadrato sopporta il dolore più intenso, può lamentarsi come un bambino quando il dentista gli trapana un dente.

Un giocatore di calcio che si fa male a una caviglia durante un’azione decisiva potrebbe accorgersene soltanto più tardi, quando la partita è finita.

In molte malattie il dolore dura a lungo, anche dopo che ha compiuto la sua funzione di allarme.

Il dolore persistente, anche se non molto intenso, può trasformare la persona più mite e felice in un essere inquieto, irritabile o lamentoso e depresso.

 

LE DISTRAZIONI

Talvolta le distrazioni valgono a sollevare dal dolore.

Gli stregoni si mascherano in modo grottesco e si servono della musica, della danza e di farmaci amari per distrarre il malato dai suoi dolori.

Anche il lavoro è un diversivo: un’emicrania, che non si è avvertita o si è sopportata tutto il giorno mentre si lavorava, può sembrarci un tormento la sera, quando non si ha nulla da fare e si è liberi di pensare ai propri malanni.

Si può trovare sollievo al dolore leggendo o guardando la televisione.

Perciò, chi si reca negli ospedali per recitare o per distrarre in altro modo i malati allevia i loro dolori e li aiuta a far passare più presto il tempo.

 

I RIMEDI

Gli esperimenti compiuti da Hardy, Wolff e Goodell dimostrano che i comuni rimedi per dare sollievo dal dolore agiscono anzitutto aumentando la quantità di stimolo nervoso necessaria perché il dolore possa essere avvertito.

Un mal di testa che provoca un dolore di due dol può sparire dopo che si è presa una certa compressa antidolorifica.

Ma un mal di testa che provoca un dolore di quattro dol non si riduce a due dol con quella compressa antidolorifica, perché questa non può agire su un male di quattro dol, né vale aumentare le dosi.

Una compressa o due per volta fanno lo stesso effetto di cinque o sei, e sono più innocue.

L’azione benefica che il sofferente si aspetta da una certa compressa antidolorifica ha un effetto quasi uguale a quello della compressa stessa, come è stato dimostrato dagli esperimenti di Hardy e Wolff.

Talvolta sono eseguite resezioni di nervi per calmare dolori ribelli a ogni altra cura.

C’è tuttavia il rischio che tale intervento non abbia effetto, perché succede che la fonte del dolore non sia quella che si credeva.

Per evitare di sbagliarsi, il chirurgo neutralizza temporaneamente un nervo con iniezioni, prima di tagliarlo.

Se il dolore scompare, è allora sicuro di aver circoscritto il nervo giusto.

Tuttavia, tali operazioni sono eseguite soltanto come ultima risorsa. E poiché i dolori fisici, come ciò che vediamo e udiamo, possono anche fornirci utili avvertimenti, è saggio sopportarli con serenità.